Claudia Colliva

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Per le braccianti ricattate il sogno è un salario minimo

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Alle 4 del mattino la piazza centrale di una piccola città in provincia di Taranto si riempie di gente. Sono tutti braccianti agricoli appressi a salire su uno dei pulmini diretti verso i campi, dove lavoreranno fino alle prime ore del pomeriggio. A fine giornata, in pochi avranno portato a casa il minimo sindacale. Chi guida i pulmini ne guadagnerà molti di più. Le aziende proprietarie dei campi e delle serre faranno i milioni. 

L’Italia è il primo paese in Europa per valore aggiunto in agricoltura. Nel 2020, solo la regione Puglia ha realizzato una produzione agricola complessiva di quasi 4,5 miliardi di euro, con un export apprezzato in tutto il territorio Europeo. Nonostante questa ricchezza produttiva, i braccianti, che si trovano sul gradino più basso della filiera agricola, lavorano in condizioni di paraschiavismo, in totale violazione delle normative sia nazionali che europee. 

Chi sfrutta guadagna

Sotto le alte temperature estive, le condizioni di lavoro si fanno ancora più insopportabili. Roberta*, 44 anni, è bracciante agricola nella zona di Taranto da quando aveva 14 anni. Racconta che, d’estate, «è normale» che le lavoratrici siano riprese se si attardano un momento di troppo a bere acqua. Ogni estate vede qualche collega svenire per via del caldo. A chi si sente male, al massimo, è concessa qualche ora di pausa all’ombra, non pagata. 

Dopo aver lavorato per anni sotto diversi caporali, più o meno violenti, Roberta ora gestisce le proprie squadre, incluso il loro trasporto, in maniera legale. Per colpa del caporalato, che offre prezzi più bassi alle aziende, l’estate scorsa ha perso il lavoro. «Noi veniamo messe fuori perché, con la fattura e tutto in regola, siamo più cari», spiega.  

Concetta*, 38 anni, collega di Roberta, racconta di non aver mai preso il salario come da busta paga in ventiquattro anni di lavoro. Spesso parte del suo compenso viene devoluto direttamente dal datore di lavoro al caporale. «Le aziende pensano che siamo schiave», dice. Entrambe sostengono che, in Puglia, funzioni così quasi dappertutto. 

Una nota azienda di uva da tavola nel barese ne è un esempio. Benché sia tra le aziende agricole più influenti del settore, vincitrice del Premio Uva Pregiata 2023 e con un export collegato a supermercati di alta fascia in tutta Europa, non fornisce  scarpe anti-infortunistiche alle lavoratrici, o accesso alla visita medica. Piuttosto che ingaggiare un servizio di trasporti in regola, preferisce pagare un caporale affiliato alla criminalità organizzata della provincia di Taranto tra gli 11 e i 12 euro a persona affinché trasporti squadre femminili dai paesi limitrofi. Nonostante questa pratica sia nota ai sindacati locali, in assenza di denunce da parte delle lavoratrici interessate, questi restano a mani legate. «Molte braccianti sono donne monoreddito e con figli a carico, e quindi facilmente ricattabili», spiega Daniele Iacovelli della Flai – Cgil. 

La trappola dell’irregolarità 

Circa 230 mila persone, un quarto degli occupati nel settore agricolo, è impiegato irregolarmente; lo dicono le stime ISTAT 2021. Durante la raccolta dell’uva, nella zona di Taranto, la giornata lavorativa di 7 ore viene pagata tra i 38 e i 45 euro, nonostante il minimo da contrattazione collettiva sia di 56. 

Concetta racconta che, ad alcuni datori di lavoro, deve restituire in contanti una parte dei soldi ricevuti in busta paga, pur dovendo versare contributi sul totale. Con altri, viene semplicemente pagata in nero per la maggior parte delle giornate lavorate. Per via di questo sistema, molte donne non possono permettersi di avere accesso alla maternità, o ad un periodo di malattia. 

Denunciare, però, non è un’opzione. «Se parli, non lavorerai mai più», dice Roberta. Anche per coloro che si rivolgono al sindacato, dimostrare di essere vittima di sfruttamento è sempre più difficile. Secondo la Caritas di Foggia, certi agricoltori trattengono i contratti dei propri dipendenti, in modo da privarli della possibilità di utilizzarli per contestare mancati compensi. 

I piccoli agricoltori schiacciati dalla GDO

Molti imprenditori sostengono di non avere altra scelta, perché vittima di un sistema truccato. Le industrie di trasformazione ed i supermercati dettano legge sul prezzo di cereali, frutta e verdura, ancora prima della raccolta. «Come faccio io a produrre e a non poter decidere il prezzo?», chiede Paolo Rubino. Da otto anni è presidente dell’associazione pugliese di piccoli imprenditori Tavolo Verde, la quale si occupa di difendere i propri interessi di fronte ad un mercato sempre più intensivo. 

Secondo i dati ISTAT, dal 1982 al 2020, sono scomparse quasi due aziende agricole su tre. In particolare, dal 2000 ad oggi, le aziende agricole sul territorio italiano sono quasi dimezzate. Questo non è frutto di un calo produttivo ma dell’acquisizione da parte di grandi gruppi delle aziende agricole di piccolo taglio. «Ci stanno mettendo il coltello alla gola», dice Rubino.  

Dal momento che contrattare con le grandi multinazionali è spesso impossibile, le piccole e medie aziende, costituenti principali del tessuto agricolo italiano, scaricano il costo sull’ultimo anello della filiera: il lavoratore. Tra gli agricoltori di Tavolo Verde cala un silenzio di tomba di fronte alla richiesta di sapere quanto siano pagati i dipendenti. «Il minimo sindacale», risponde uno degli associati ad occhi bassi. 

A mancare sono anche i controlli sul territorio. Secondo i dati condivisi con noi dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro, nel territorio pugliese ci sono 256 ispettori. Questo a fronte di  più di 352 mila aziende registrate. Ciò significa che ci sono due ispettori ogni quasi 2800 aziende, rapporto che rende  difficile individuare dove si concentrino i profitti dell’economia sommersa. Per molti, dunque, il caporalato rimane la soluzione migliore per combattere l’aumento dei costi. 

Secondo l’ultimo rapporto dell’Osservatorio Agromafia Placido-Rizzotto, nel 2019 l’economia sommersa ha rappresentato oltre il venti per cento del fatturato totale dell’agricoltura in Italia. A distanza di quattro anni, la Dia (Direzione investigativa mafia) sottolinea che il fenomeno è diventato ancora più diffuso a Foggia, dove la criminalità organizzata sta imponendo sempre più aggressivamente alle aziende agricole la scelta della propria forza lavoro (spesso lavoratori immigrati senza documenti), e dei propri mezzi di trasporto. Per questo, «fare controlli significherebbe fermare tutta l’agricoltura, almeno nel Foggiano», ribadisce Daniele Iacovelli. 

La soluzione nelle mani dell’Europa

Al fine di contrastare la vasta diffusione di pratiche illegali nel settore agricolo, l’Unione Europea ha varato una nuova aggiunta alla Politica Agricola Comune: chi si macchia di caporalato e sfruttamento dovrà restituire i fondi europei. Il governo Meloni aveva promesso che questo incentivo di controllo sarebbe stato implementato ben due anni prima di ciò che chiedeva l’Europa, ovvero da gennaio 2023. Sei mesi dopo, l’Ispettorato Nazionale del Lavoro non ha ancora pubblicato i criteri necessari, né risposto alle nostre domande a riguardo. 

Le conseguenze di queste lacune istituzionali toccano anche i piccoli imprenditori, che vedono nella normativa un’opportunità sprecata. «A chi bisogna dare i soldi europei?», chiede Rubino, «A chi aggredisce, a chi fa un’opera di rapina sul territorio, o a chi lo cura?». 

La dimensione della cura, Roberta la conosce bene. In grembo riposa le mani con le quali solitamente raccoglie “acinini”, clementine e frutti rossi. Sono lontani gli anni in cui si chiedeva se ci fosse una alternativa a quella vita. Svegliarsi prima dell’alba, lasciare i figli ad altri, lavorare per poco o niente, sono abitudini ormai consolidate. Sorridendo mestamente racconta della figlia, che vuole diventare militare. Roberta spera che un giorno ci riesca, e trovi opportunità fuori dalla piccola città dove l’ha cresciuta. D’altra parte, da bambina, neanche lei sognava di essere sfruttata nei campi. 

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